Durante una quaresima di qualche anno fa, un amico rispose
con queste parole ai miei tentativi, morti sul nascere,
di suggerirgli che alla fede cristiana appartiene anche
la pratica del digiuno. Sì, proprio lui, il digiuno:
questo ormai sconosciuto, almeno da noi. I cristiani ortodossi
invece lo praticano, in continuità con la tradizione
bimillenaria della Chiesa nata in risposta all’esortazione
di Gesù. Il quale ci teneva abbastanza, se è
vero che ha comandato ai discepoli di praticarlo dopo la
sua dipartita (Mc 2,18 ss.) e ha spiegato a loro, testardi
come noi, che certe cose non si ottengono se non con la
preghiera e… il digiuno (Mt 17,21).
“Non si può vivere la quaresima senza vivere
il digiuno. Anzi, la quaresima – come testimoniano ancora
i testi liturgici che i cristiani continuano a pregare in
questi quaranta giorni, senza rendersi conto della schizofrenia
tra il loro dire e il loro fare – è il tempo del
digiuno per eccellenza.”
Così qualche giorno fa Enzo Bianchi, uno dei monaci
più conosciuti in Italia. Il fatto è che forse
al cristiano d’oggi sembra strano, se non impossibile, collegare
il fatto del prendere cibo con l’esperienza spirituale.
Proviamo allora a capire un po’ meglio cos’è il digiuno
e come si può praticare.
Anzitutto esso non c’entra proprio nulla con una dieta salutista
o con lo sciopero della fame: in entrambi i casi lo scopo
è quello di dare positivamente risalto a se stessi
o alle proprie idee, mentre il digiuno che la Scrittura
insegna è questione di amore, di dono, di conversione
del proprio cuore perché sia più aperto a
Dio e agli altri. Non a caso a Gesù interessa che
avvenga nell’interiorità, nel segreto (Mt 6,16),
così che il Padre, che vede nel segreto, ricompenserà.
Digiunare è un atto di allenamento dell’amore: quale
amore d’altronde, per essere tale, non passa attraverso
qualche sacrificio gratuito e faticoso? È inoltre
un esercizio spirituale e corporale insieme: con lo spirito,
la volontà e il corpo (quindi con tutto se stessi,
senza scissioni) si dice un no alla voracità e all’esasperazione
consumistica nella quale si è abitualmente immersi,
per orientarsi a colui che è più insostituibile
del pane: il Signore. Poiché “non di solo pane vive
l’uomo…” Allora il digiuno è teso alla conversione,
al dominio di sé, alla vittoria della propria volontà
sull’istinto, soprattutto alla scelta concreta di Colui
al quale appartiene il primato nella vita di chi si dice
cristiano.
La prassi, lungo i secoli, è stata varia nelle forme
ma costante nell’intento. La Chiesa antica osservava prevalentemente
i giorni del mercoledì e soprattutto del venerdì:
il primo in riparazione al tradimento di Giuda; il secondo
in unione con il sacrificio di Gesù sul Calvario.
Ma anche oggi i battezzati (sani e maggiorenni entro i sessant’anni)
sono chiamati dalla Chiesa al digiuno due volte all’anno,
il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.
Come digiunare? Tre sono le modalità possibili:
1) assumere un solo pasto al giorno oltre ad una piccola
colazione (il più in uso attualmente); 2) non mangiare
nulla fino al tramonto del sole;
3) a pane ed acqua.
Spendo qualche pensiero a favore di quest’ultimo, che rappresenta
la forma più usata e motivata nella storia cristiana.
È la modalità praticata e raccomandata da
san Francesco. Questa forma non insiste né sul togliere
i pasti né sul diminuire drasticamente la quantità
(cosa difficile per chi ha una vita lavorativa già
stressante), ma esige di non cibarsi d’altro se non di pane
e acqua. Essi richiamano in primo luogo all’essenzialità
della vita, a ciò che è fondamentale e non
superfluo per l’esistenza. Digiunare col corpo, con la volontà
e con amore (alcuni santi dicevano persino “con entusiasmo”),
per accrescere nel più profondo di noi - con l’aiuto
di Dio che lavora con la sua grazia in noi quando la nostra
volontà si dispone docilmente - la convinzione di
aver fame anzitutto di Lui. Il pane e l’acqua evocano inoltre,
ad un secondo livello, spiritualmente più elevato,
il cuore della fede, i due “doni del Padre”, le persone
che ci rendono liberi e non più schiavi: Gesù,
che si è proclamato “Pane di vita” (Gv 6) e lo Spirito
santo, che è “acqua che fa rinascere dall’alto” (Gv
3). Alcuni monaci, prendendo il pane e l’acqua, sono soliti
invocare il Signore e lo Spirito, il liberatore e il guaritore/consolatore,
simbolicamente raffigurati da questi elementi nutrienti
ed essenziali.
Un ultimo aspetto è specifico del digiuno cristiano,
rispetto alle altre religioni (Islam, Buddismo…) nelle quali
si digiuna per ascesi personale. La Chiesa invece ha sempre
rinunciato al cibo anche per aiutare i poveri. Per questo
digiuno ed elemosina vanno di pari passo: tolgo dalla mia
tavola ciò che può essere necessario a chi
ha di meno. Anche qui - l’ha detto il Maestro - il Padre
tuo non ti farà mancare la ricompensa.
Con ciò digiunare può rimanere tremendamente
difficile. Bisogna però ricordare che tale capacità
è dono di Dio e come tale va chiesta con la preghiera.
Inoltre…sempre meglio cominciare a piccoli (ma concreti!)
passi. Ricordandosi che altre forme di penitenza sono raccomandabili
e urgenti accanto al digiuno dal cibo: quello dalle inutilità
(per usare un’espressione gentile) della televisione, dai
musi lunghi, dai silenzi in famiglia, dal tempo buttato
via nell’ozio, dalla pigrizia nel fare i propri doveri,
dai ritardi nei confronti di Dio, del lavoro, degli altri…mi
fermo qui, per “astenermi” dall’indole predicatoria che
è nel sottoscritto una deformazione clericale parecchio
sviluppata.
Un’ultima cosa: può sembrare che digiunare e sacrificarsi
siano cose alquanto pesanti e tristi; e la gioia della fede,
del Vangelo che vuol dire buon annuncio, dov’è andata
a finire? Chi se ne intende di digiuno (va provato per essere
almeno un po’ capito) assicura al contrario che esso porta
alla pace interiore e persino alla gioia, risultati del
distacco dal male e dal peccato e della guarigione che Dio
opera nel profondo. I monaci del deserto hanno usato due
immagini prese dalla natura. Sacrificarsi in quaresima sarebbe
per loro simboleggiato dal deserto di Terra santa durante
la primavera. Esso, verso la fine della stagione, fiorisce:
come dire che sotto l’aridità della fatica fatta
per amore in quaranta giorni, senza veder nulla, lo Spirito
prepara una sorgente d’acqua viva pronta a zampillare a
Pasqua e a far risplendere in modo verdeggiante la nostra
vita spirituale. Il secondo paragone: come la primavera
rappresenta la “stagione delle piogge” per la terra, così
la quaresima per l’anima. Dio manda l’acqua che dà
la vita (la grazia); se con la preghiera e la penitenza
troverà in noi un terreno dissodato e disposto, essa
penetrerà e porterà frutto, altrimenti scorrerà
via e noi rimarremo aridi. Quaresima: “primavera dello spirito”
e “stagione delle piogge”… buona preparazione alla Pasqua!
P.S.:
conclusione augurale alternativa: “Per amore è possibile
persino oggi apprezzare i sacrifici e dunque augurarsi,
al posto del solito buon appetito:… buon digiuno!!!