"Sorga il Signore e siano dispersi i suoi nemici"

 


 

 

 

 

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Riscoprire il digiuno

di don Filippo


Durante una quaresima di qualche anno fa, un amico rispose con queste parole ai miei tentativi, morti sul nascere, di suggerirgli che alla fede cristiana appartiene anche la pratica del digiuno. Sì, proprio lui, il digiuno: questo ormai sconosciuto, almeno da noi. I cristiani ortodossi invece lo praticano, in continuità con la tradizione bimillenaria della Chiesa nata in risposta all’esortazione di Gesù. Il quale ci teneva abbastanza, se è vero che ha comandato ai discepoli di praticarlo dopo la sua dipartita (Mc 2,18 ss.) e ha spiegato a loro, testardi come noi, che certe cose non si ottengono se non con la preghiera e… il digiuno (Mt 17,21).

“Non si può vivere la quaresima senza vivere il digiuno. Anzi, la quaresima – come testimoniano ancora i testi liturgici che i cristiani continuano a pregare in questi quaranta giorni, senza rendersi conto della schizofrenia tra il loro dire e il loro fare – è il tempo del digiuno per eccellenza.”

Così qualche giorno fa Enzo Bianchi, uno dei monaci più conosciuti in Italia. Il fatto è che forse al cristiano d’oggi sembra strano, se non impossibile, collegare il fatto del prendere cibo con l’esperienza spirituale. Proviamo allora a capire un po’ meglio cos’è il digiuno e come si può praticare.
Anzitutto esso non c’entra proprio nulla con una dieta salutista o con lo sciopero della fame: in entrambi i casi lo scopo è quello di dare positivamente risalto a se stessi o alle proprie idee, mentre il digiuno che la Scrittura insegna è questione di amore, di dono, di conversione del proprio cuore perché sia più aperto a Dio e agli altri. Non a caso a Gesù interessa che avvenga nell’interiorità, nel segreto (Mt 6,16), così che il Padre, che vede nel segreto, ricompenserà. Digiunare è un atto di allenamento dell’amore: quale amore d’altronde, per essere tale, non passa attraverso qualche sacrificio gratuito e faticoso? È inoltre un esercizio spirituale e corporale insieme: con lo spirito, la volontà e il corpo (quindi con tutto se stessi, senza scissioni) si dice un no alla voracità e all’esasperazione consumistica nella quale si è abitualmente immersi, per orientarsi a colui che è più insostituibile del pane: il Signore. Poiché “non di solo pane vive l’uomo…” Allora il digiuno è teso alla conversione, al dominio di sé, alla vittoria della propria volontà sull’istinto, soprattutto alla scelta concreta di Colui al quale appartiene il primato nella vita di chi si dice cristiano.

La prassi, lungo i secoli, è stata varia nelle forme ma costante nell’intento. La Chiesa antica osservava prevalentemente i giorni del mercoledì e soprattutto del venerdì: il primo in riparazione al tradimento di Giuda; il secondo in unione con il sacrificio di Gesù sul Calvario. Ma anche oggi i battezzati (sani e maggiorenni entro i sessant’anni) sono chiamati dalla Chiesa al digiuno due volte all’anno, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo.

Come digiunare? Tre sono le modalità possibili:
1) assumere un solo pasto al giorno oltre ad una piccola colazione (il più in uso attualmente); 2) non mangiare nulla fino al tramonto del sole;
3) a pane ed acqua.
Spendo qualche pensiero a favore di quest’ultimo, che rappresenta la forma più usata e motivata nella storia cristiana. È la modalità praticata e raccomandata da san Francesco. Questa forma non insiste né sul togliere i pasti né sul diminuire drasticamente la quantità (cosa difficile per chi ha una vita lavorativa già stressante), ma esige di non cibarsi d’altro se non di pane e acqua. Essi richiamano in primo luogo all’essenzialità della vita, a ciò che è fondamentale e non superfluo per l’esistenza. Digiunare col corpo, con la volontà e con amore (alcuni santi dicevano persino “con entusiasmo”), per accrescere nel più profondo di noi - con l’aiuto di Dio che lavora con la sua grazia in noi quando la nostra volontà si dispone docilmente - la convinzione di aver fame anzitutto di Lui. Il pane e l’acqua evocano inoltre, ad un secondo livello, spiritualmente più elevato, il cuore della fede, i due “doni del Padre”, le persone che ci rendono liberi e non più schiavi: Gesù, che si è proclamato “Pane di vita” (Gv 6) e lo Spirito santo, che è “acqua che fa rinascere dall’alto” (Gv 3). Alcuni monaci, prendendo il pane e l’acqua, sono soliti invocare il Signore e lo Spirito, il liberatore e il guaritore/consolatore, simbolicamente raffigurati da questi elementi nutrienti ed essenziali.

Un ultimo aspetto è specifico del digiuno cristiano, rispetto alle altre religioni (Islam, Buddismo…) nelle quali si digiuna per ascesi personale. La Chiesa invece ha sempre rinunciato al cibo anche per aiutare i poveri. Per questo digiuno ed elemosina vanno di pari passo: tolgo dalla mia tavola ciò che può essere necessario a chi ha di meno. Anche qui - l’ha detto il Maestro - il Padre tuo non ti farà mancare la ricompensa.
Con ciò digiunare può rimanere tremendamente difficile. Bisogna però ricordare che tale capacità è dono di Dio e come tale va chiesta con la preghiera. Inoltre…sempre meglio cominciare a piccoli (ma concreti!) passi. Ricordandosi che altre forme di penitenza sono raccomandabili e urgenti accanto al digiuno dal cibo: quello dalle inutilità (per usare un’espressione gentile) della televisione, dai musi lunghi, dai silenzi in famiglia, dal tempo buttato via nell’ozio, dalla pigrizia nel fare i propri doveri, dai ritardi nei confronti di Dio, del lavoro, degli altri…mi fermo qui, per “astenermi” dall’indole predicatoria che è nel sottoscritto una deformazione clericale parecchio sviluppata.

Un’ultima cosa: può sembrare che digiunare e sacrificarsi siano cose alquanto pesanti e tristi; e la gioia della fede, del Vangelo che vuol dire buon annuncio, dov’è andata a finire? Chi se ne intende di digiuno (va provato per essere almeno un po’ capito) assicura al contrario che esso porta alla pace interiore e persino alla gioia, risultati del distacco dal male e dal peccato e della guarigione che Dio opera nel profondo. I monaci del deserto hanno usato due immagini prese dalla natura. Sacrificarsi in quaresima sarebbe per loro simboleggiato dal deserto di Terra santa durante la primavera. Esso, verso la fine della stagione, fiorisce: come dire che sotto l’aridità della fatica fatta per amore in quaranta giorni, senza veder nulla, lo Spirito prepara una sorgente d’acqua viva pronta a zampillare a Pasqua e a far risplendere in modo verdeggiante la nostra vita spirituale. Il secondo paragone: come la primavera rappresenta la “stagione delle piogge” per la terra, così la quaresima per l’anima. Dio manda l’acqua che dà la vita (la grazia); se con la preghiera e la penitenza troverà in noi un terreno dissodato e disposto, essa penetrerà e porterà frutto, altrimenti scorrerà via e noi rimarremo aridi. Quaresima: “primavera dello spirito” e “stagione delle piogge”… buona preparazione alla Pasqua!

P.S.: conclusione augurale alternativa: “Per amore è possibile persino oggi apprezzare i sacrifici e dunque augurarsi, al posto del solito buon appetito:… buon digiuno!!!

don Filippo