Ipotesi
demonologiche sull'ideologia marxista
di
Paolo Zanotto
"Sarà
vero - non lo credo, non lo credo - che sulla terra non
ci sono uomini, ma ventri?"
(Josemaría
Escrivá, Cammino, Edizioni Ares, Milano 2002, punto
n. 38, p. 44)
Premessa
"Proletari di tutti i paesi, unitevi!"
esortava il noto giornalista e scrittore politico tedesco
Karl Heinrich Marx (1818-1883) nel 1848. Lo slogan
era 'preso in prestito' da Karl Schapper e riportato
in quel Manifest der Kommunistischen Partei che,
uniformandosi al dibattito inglese, egli aveva pubblicato
a Londra insieme all'amico Friedrich Engels (1820-1895).
Esso rappresentava, secondo l'auspicio dell'autore stesso,
il 'catechismo' su cui formare le future generazioni
socialiste; lo strumento attraverso il quale abbattere
tutte le religioni e tutte le morali, rendendo ogni cosa
permissibile. Le credenze religiose vennero bollate
nell'introduzione al saggio del 1843 Zur Kritik der Hegelschen
Rechtsphilosophie - ovvero: Per la critica della
filosofia del diritto di Hegel - come 'oppio dei
popoli' (Opium des Völks). Si rilevi, incidentalmente,
come la scarsa originalità di Marx lo condannasse
a copiare anche questa famigerata definizione da un altro
autore: in questo caso il debito è nei confronti
di Heinrich Heine.
Tuttavia,
se l'invito all'unità della classe operaia costituiva
la celebre chiusura del Manifesto, l'incipit
non è certo meno conosciuto, giacché recava
insita in sé una formidabile sintesi del clima politico
che caratterizzava il vecchio continente alla metà
dell'Ottocento. "Uno spettro si aggira per l'Europa:
lo spettro del comunismo", era l'inquietante monito
dei due teorici del socialismo, soi-disant, 'scientifico'.
Ma cos'era, in realtà, quello 'spettro'? Quali
intenti animavano Marx nella sua opera teorica in favore
della costituzione della prima 'società senza
classi' nella storia umana? E la sua metodologia può,
oggettivamente, definirsi 'scientifica'?
Rigurgiti
trockijsti
Tutti
questi interrogativi, tanto elementari quanto fondamentali,
hanno già trovato alcune parziali risposte in attenti
lavori di ricerca condotti da numerosi studiosi nelle varie
discipline in cui ha spaziato l'opera marxiana. Tali studi
hanno decretato l'inesorabile distruzione del complesso,
ma fragile, castello intellettuale che avrebbe dovuto sorreggere
anche tutta la successiva produzione di scuola marxista,
sebbene troppo raramente ciò venga rammentato alla
pubblica opinione. Al di là dei compiacenti ritratti
che ne hanno fatto propagandisti tendenziosi, è stato
ampiamente rilevato come -con le parole di Paul Johnson-
"egli non fu né uno studioso né uno
scienziato. Non gli interessava trovare la verità,
bensì proclamarla", tanto che è stato
perfino possibile decretare come si mostrasse "del
tutto privo di vocazione scientifica: in realtà,
per quanto attiene alle questioni di fondo, egli era
addirittura antiscientifico".
Gli accenti misticheggianti ed apocalittici che connotano
le sue opere hanno indotto importanti studiosi a parlare
di lui, piuttosto, nei termini di uno scrittore 'escatologico'.
Nonostante l'evidenza dei fatti, molto spesso, gli intellettuali
'progressisti' si nascondono dietro a un dito, arrivando
perfino -con un tardivo rigurgito di opportunistico
e strumentale trockijsmo- a negare che vi siano connessioni
strette fra il comunismo teorizzato e quello realizzato.
In tal modo, essi vorrebbero escludere che quel fallimento
clamoroso, col quale si è tragicamente decretata
la sconfitta del socialismo 'reale', possa in alcun
modo scalfire la validità di quello ideale.
L'amara verità è che molti tiranni hanno
massacrato i loro popoli in nome della lieta novella social-comunista,
attraverso cui si annunciava l'instaurazione di un mondo
migliore senza più diseguaglianze né ingiustizie.
Assai spesso, quei tiranni assassini non soltanto erano
attenti lettori della produzione filosofica, economica e
sociologica marx-engelsiana, ma alacri teorici essi stessi:
Lenin docet. Come ha acutamente fatto osservare Jean-François
Revel, spetta agli ostinati difensori di questa calamità
del XX secolo l'onere di spiegare per quale strana ragione,
secondo loro, "la verità del comunismo non sarebbe
espressa da questi fatti ma da una storia che non è
mai esistita".
Una
teoria senza alcun fondamento
La filosofia marxiana, improntata al metodo dialettico,
pretendeva di ridurre la complessità della vita terrena
ad una mera questione materiale: soltanto la sfera dell'economia
aveva infatti dignità di 'struttura' fondante nel
contesto dell'intera 'formazione sociale' (Gesellschaftsformation),
dove tutto il resto veniva considerato 'sovrastruttura'
(überbau). Questa estrema semplificazione dell'elaborato
sistema che filtra attraverso il pensiero di Marx, non ne
stravolge tuttavia il messaggio essenziale, che riconduce
a quel 'materialismo storico' nel quale il filosofo di Treviri
individuava la vera causa delle continue 'lotte di classi'
che, a suo dire, avevano da sempre caratterizzato l'esistenza
dell'uomo su questa Terra.
Tutta l'argomentazione circa lo sfruttamento dell'uomo da
parte dell'uomo, utilizzata da Marx per dimostrare la pressante
esigenza di quell'unione di tutti i proletari del mondo
-in una parola, l'intera dottrina sociale su cui poggiava
il marxismo-, era basata sulla famigerata teoria del 'plusvalore'
(surplus value), conseguenza e logico (ancorché capzioso)
sviluppo della teoria del 'valore-lavoro' che avevano formulato
gli economisti anglosassoni della Scuola classica.
Già
nel 1896, ad appena due anni dalla pubblicazione postuma
dell'ultimo fra i volumi che componevano il trattato Das
Kapital (che costituiva il magnum opus in cui Marx aveva
esposto le proprie teorie), il celebre economista di
Scuola austriaca Eugen von Bohm-Bawerk (1851-1914) demolì
i sofismi del filosofo tedesco nel proprio saggio Zum
Abschluss des Marxschen System, mostrandone i gravi
vizi logici intrinseci. D'un soffio svanivano, così,
tutte le argomentazioni ed arguzie di cui Marx si era servito
per attribuire al proprio sistema quel crisma di presunta
'scientificità' di cui si diceva.
Al giorno d'oggi la teoria del 'plusvalore' è
stata del tutto abbandonata e in ambiente accademico viene
unanimemente ritenuta -nelle parole dell'economista
Francesco Vito- "una nozione che non può
in nessun modo essere utilizzata dalla scienza economica,
a cagione della fallacia dei fondamenti su cui riposa",
al punto che, addirittura, "non merita un posto nello
svolgimento storico della teoria del valore". Ecco
demolita, in un sol colpo e dalle fondamenta, tutta la dottrina
della lotta di classe. Non si può, infatti, fare
a meno di concordare con il marxista austriaco Rudolf Hilferding
(1877-1941) nel sostenere l'indissolubilità del legame
ideale che univa l'analisi economica di Marx alla sua filosofia.
Nel 1904, replicando a La critica di Bohm-Bawerk a Marx,
egli affermava correttamente come il problema non si ponesse
a livello semplicemente economico: l'analisi materialistica
dell'economia non poteva essere giudicata indipendentemente
dal materialismo storico-dialettico; al contrario, essa
ne costituiva la mera applicazione al campo economico. Ciò
implica, mutatis mutandis, la validità anche del
ragionamento inverso.
Dunque, la teoria marxiana, ben lungi dal rappresentare
un caso di ricerca scientifica, costituirebbe, piuttosto,
un icastico esempio di mistificazione ideologica.
Peraltro, lo stesso Marx ammise apertamente nel suo poema
Su Hegel: "Parole che insegno, tutte mescolate /
in un pasticcio diabolico. / Così, chiunque
può pensare proprio quello / che preferisce pensare".
D'altra parte, era già noto ai suoi biografi come
egli fosse avvezzo all'alterazione dei dati che contraddicevano
le proprie tesi. Ma quale intento, allora, animava realmente
questa discussa figura intellettuale? Se non si trattava
dell'emancipazione della classe lavoratrice, a cosa si mirava,
realmente, con quel guazzabuglio di arcane e cervellotiche
teorie, con quel "pasticcio diabolico", secondo
le sue stesse parole?
L'altra
faccia di Marx
Marx, il cui vero nome era Moses Kiessel Mordechai Levi,
aveva vissuto un'adolescenza inquieta e travagliata. Suo
padre era Hirshel ha-Levi Mordechai - discendente da una
famiglia di rabbini fra cui figurava anche il famoso
Rabbi Elieser ha-Levi di Magonza (il cui figlio Jehud Minz
fu direttore della scuola talmudica di Padova) - un avvocato
di cultura illuministica, descritto come "un vero francese
del Settecento, che conosceva a menadito il suo Voltaire
e il suo Rousseau", il quale, in seguito a un decreto
del governo prussiano del 1816 con cui s'impediva agli ebrei
l'accesso alle alte cariche giuridiche e a quelle in campo
medico, si era formalmente convertito al protestantesimo,
mutando il proprio nome in quello di Heinrich Marx.
Di tale estrazione -sostiene sempre Johnson- il teorico
del comunismo contemporaneo conservò un chiaro retaggio
intellettuale, sviluppando "alcuni tratti caratteristici
di un tipo particolare di studioso, soprattutto talmudista:
la tendenza ad accumulare una quantità immensa di
materiale non del tutto assimilato e a progettare opere
enciclopediche mai portate a compimento; il gelido disprezzo
per chiunque non fosse dedito agli studi e l'atteggiamento
assolutista e irascibile nei confronti dei colleghi. Tutta
la sua opera reca, di fatto, il marchio dello studio talmudico,
in quanto consiste essenzialmente in un commento, in una
critica del lavoro svolto da altri nel suo stesso campo".
Poco tempo dopo che si fu diplomato, si verificò
nel giovane Karl una strana mutazione umorale, dovuta molto
probabilmente ad una grave malattia che l'avrebbe colpito
portandolo sull'orlo della morte. Ne sono testimonianza
concreta alcuni poemi di chiara impronta satanica da lui
vergati proprio in quell'oscuro periodo della sua vita.
A ricostruire le fasi salienti di questa metamorfosi interiore
è stato il pastore luterano Richard Wurmbrand: un
ateo romeno di origine ebraica, che in gioventù militò
nelle file del comunismo marxista per poi convertirsi al
cristianesimo nel 1935; la qual cosa lo avrebbe esposto,
successivamente, ad oltre quattordici anni di feroci persecuzioni,
nel corso dei quali venne a più riprese internato
nei tristemente famosi gulag del regime filo-sovietico che,
nel frattempo, si era instaurato nel suo paese.
L'opinione del Wurmbrand, supportata da numerosissimi indizi,
è che il motivo ispirartore di Marx non sarebbe
stato una qualche forma di filantropismo socialista,
bensì una chiara devozione nei confronti della
chiesa satanista. L'opera nella quale egli espone le
proprie ricerche - spesso condotte direttamente sulle fonti
primarie che sono rappresentate dagli scritti dello stesso
Marx - non lascia dubbi circa l'ipotesi di fondo dell'autore,
espressa fin da subito in un titolo significativo: Was
Karl Marx a satanist?; saggio di cui esiste anche una
traduzione italiana, intitolata L'altra faccia di Carlo
Marx ed apparsa presso l'Editrice Uomini Nuovi di Marchirolo
nel 1984. .
Una
teologia satanica
Già nel 1851, lo scrittore politico spagnolo Juan
Francisco María Donoso Cortés (1809-1853),
marchese di Valdegamas, nel suo celebre Ensayo sobre
el catolicismo, el liberalismo y el socialismo, aveva
sostenuto che "il socialismo è forte perché
è una teologia, ed è distruttore perché
la sua è una teologia satanica". Altri autori
avevano ipotizzato un disegno recòndito nell'opera
di Marx, formalmente consacrata all'elaborazione del 'socialismo
scientifico' e dietro alla cui formula si sarebbe celato,
tuttavia, il piano di forze occulte e tremende. Così,
ad esempio, è stato messo in luce come il testo
del Manifesto del Partito Comunista altro non sarebbe
se non la codificazione del programma e dei principî
rivoluzionari che aveva stabilito settant'anni prima Johann
Adam Weishaupt (1748-1830), fondatore di un movimento
para-massonico deviato, noto come Ordine degli Illuminati
di Baviera (Illuminatenorden).
Marx, infatti, che -secondo quanto affermato sulla
stessa rivista "Hiram" (n. 5, 1990, p.
114), organo ufficiale del Grande Oriente d'Italia- sarebbe
stato iniziato alla Loggia Apollo di Colonia, nel periodo
della stesura del Manifesto dei Comunisti apparteneva alla
"Lega degli Uomini Giusti" (precedentemente "dei
Proscritti" e successivamente "dei Comunisti"),
un gruppo misterioso che alcuni storiografi vorrebbero come
succedaneo proprio di quegli Illuminati di Baviera che operarono
nel decennio 1776-1786 e furono, poi, costretti a ritirarsi
nella clandestinità, dopo essere stati smascherati
dalla polizia bavarese.
Marx
ed il carbonaro italiano Giuseppe Mazzini (1805-1872)
vennero incaricati di preparare l'indirizzo e la costituzione
della Prima Internazionale (realizzatasi nel settembre
1864), come è possibile leggere anche nell'Enciclopedia
ebraica; sono noti, peraltro, gli intimi legami che Mazzini
intrattenne con gli ambienti ebraici. Dal canto suo,
Alan Stang, nel proprio saggio The Manifesto, apparso
sulla rivista "American Opinion" nel febbraio
del 1972, ha messo in risalto la dipendenza della Carboneria
italiana dall'Ordine degli Illuminati di Baviera. Del
resto, attorno al 1840, Engels era corrispondente da Londra
per un giornale di esuli tedeschi di chiara impostazione
mazziniana: la "Young Germany". Sempre Mazzini
-non Marx- sarebbe stato il primo ad utilizzare il termine
'dittatura' (dictatorship) in riferimento al comunismo
che avanzava (l'espressione 'dittatura del proletariato'
proviene originariamente da Louis Auguste Blanqui).
Probabilmente, i rapporti fra Marx e Mazzini s'incrinarono
in coincidenza della costituzione, il 22 settembre 1845,
dell'associazione d'ispirazione cartista denominata Society
of Fraternal Democrats. Fatto sta che, di lì a poco,
nel 1847, gli Illuminati inglesi avrebbero affidato a Marx
ed Engels il compito di rielaborare i principî della
setta in una forma nuova e pseudo-scientifica, mentre i
finanziamenti necessari per la pubblicazione del Manifesto
provennero da Clinton Roosevelt e Horace Greely, entrambi
membri della Loggia Columbia, fondata a New York dagli stessi
Illuminati di Baviera.
Gli
inquietanti enigmi del Marx inedito
Wurmbrand non accenna a tali questioni, limitandosi ad estrapolare
dalle parole dei medesimi ideologi comunisti le prove del
loro disegno satanico. A tale proposito acquistano un'importanza
decisiva gli scritti ancora inediti di Marx. Al riguardo
appaiono sconcertanti le dichiarazioni che lo scrittore
di origine franco-algerina Albert Camus (1913-1960) fece
nel suo libro del 1951 L'Homme révolté,
dove si diceva convinto che essi non fossero propriamente
simili a ciò che viene generalmente inteso come 'marxismo'.
D'altra parte, lo stesso Marx non chiarì mai come
sarebbe stata la società futura, dopo l'avvento al
potere della setta marxista. Egli, tuttavia, non evitò
l'argomento, bensì specificò chiaramente come,
su ciò che sarebbe venuto in seguito, non era assolutamente
possibile dire nulla con esattezza. Vi è, dunque,
un segreto che si cela dietro Marx, noto solo a pochi iniziati?
Le parole di Camus lasciano estremamente perplessi, specialmente
se le si raffronta con le dichiarazioni di Lenin, che ebbe
a scrivere: "Dopo mezzo secolo, nessuno fra i marxisti
ha compreso Marx".
Tutto quanto detto dal Wurmbrand si è basato, pertanto,
esclusivamente sull'opera edita; tuttavia, rimane materiale
per altri 87 volumi ancora da pubblicare, gelosamente custodito
presso l'Istituto Lenin di Mosca, il quale -ancora dopo
60 anni dalla fine dell'ultimo conflitto mondiale- si è
guardato bene dal renderne noto il contenuto. Molto probabilmente,
tali manoscritti potrebbero rivelarsi fondamentali per la
comprensione del vero scopo che aveva in mente il padre
del comunismo.
Nonostante il Marx inedito sia rimasto inaccessibile alla
disamina del pastore romeno, il quadro che ne risulta è
ugualmente sconcertante. Emerge, infatti, con sufficiente
nitidezza un affresco di aspetti assolutamente trascurati
del pensiero marxista che, supportato da un'ampia documentazione,
getta una luce nuova ed estremamente inquietante su di un
fenomeno che ha interessato ed interessa direttamente milioni
di persone nel mondo (e, indirettamente, tutti gli altri).
Senza voler entrare troppo nello specifico del libro, è
importante fornirne qualche coordinata essenziale
La
dottrina dell'odio
A tal proposito, occorre dire che, nonostante l'affiliazione
di Marx alla setta demoniaca di Joanna Southcott necessiti
di maggiori prove che non, semplicemente, l'aspetto estetico
dell'iniziato -il quale, per quanto inusuale nella moda
dell'epoca, combaciava alla perfezione con quello irsuto
del tedesco-, di sicuro fanno riflettere le affermazioni
blasfeme che caratterizzarono alcuni suoi scritti. L'idea
diffusa secondo la quale il marxismo avrebbe predicato l'ateismo,
viene infatti smontata accuratamente dal Wurmbrand, che
mette piuttosto in evidenza come l'intento sia stato, semmai,
quello di ingannare ed insinuare il dubbio sull'esistenza
di Dio nei soli credenti, al fine di indebolire le loro
difese contro gli ideali "diabolici" che i comunisti
andavano diffondendo nel pianeta in cerca di adepti.
Marx e gli altri 'santoni' del progressismo avrebbero per
contro creduto fermamente nella realtà divina, rispetto
alla quale semplicemente si collocavano agli antipodi.
Effettivamente, scorrendo le pagine del libro scritto da
Wurmbrand è facilmente captabile il sentimento
di odio antireligioso ed antiumano che trasuda dall'antologia
di certe affermazioni marxiane. In particolare, l'accentuato
livore nei confronti della religione spingeva ad assimilarla,
come avrebbe detto Lenin in Socialismo e religione,
ad una sorta di "acquavite spirituale, nella quale
gli schiavi del capitale annegano la loro personalità
umana e le loro rivendicazioni di una vita in qualche misura
degna di uomini"; sempre Lenin affermava anche che
"tutte le idee religiose sono pazzie. Dio è
un mostruoso cadavere. La fede in Dio è una viltà".
Secondo la definizione datane dalla Grande Enciclopedia
Sovietica, la religione veniva paragonata ad un male
sociale "antisocialista per definizione",
che costituiva "il prodotto dell'impotenza e dell'ignoranza";
essa era "l'oppio del popolo, secondo quell'affermazione
di Marx che Lenin definì la base della dottrina marxista
in materia". Nei Manoscritti di Marx il motivo ritornava
incalzante, quando si proclamava che i comunisti avevano
"dichiarato guerra una volta per sempre alla religione",
perché -si precisava in Morceaux choisis-
"per l'uomo, l'Essere Supremo è l'Uomo".
Con che cosa i comunisti intendessero sostituire la religione
non era un mistero per chi avesse voluto vedere, come testimoniano
queste sconcertanti parole di Anatolij Vasilievic Lunaciarskij,
commissario della cultura nella Russia leninista, il quale
affermava chiaramente: "Abbasso l'amore del prossimo!
Noi abbiamo bisogno di odio. Dobbiamo imparare ad odiare.
Questa è la nostra religione. Con questo mezzo arriveremo
a conquistare il mondo!".
Conclusioni
Pur essendo un intellettuale di una certa caratura, Marx
faceva ampio utilizzo di espressioni oscene nella propria
corrispondenza, dove il turpiloquio, non comune in quell'epoca
e in quella classe sociale, abbonda a discapito degli
ideali umanistici o del sogno socialista, di cui non
v'è traccia in una sola lettera. Ancora più
impressionante risulta, tuttavia, il parallelo con le parole
pronunciate da altri esponenti dell''ideale socialista',
come Mihail Aleksandrovic Bakunin (1814-1876) o Pierre-Joseph
Proudhon (1809-1865), a quanto pare altrettanto legati all'adorazione
del diavolo. Questione che, peraltro, avrebbe riguardato
anche Lenin, Bukharin, Stalin, Mao, Ceausescu e molti altri
esponenti della setta marxista.
Che dire, allora, di quel 'pacifismo' urlato in nome
di chi ritiene che "la violenza è l'ostetrica
che trae la nuova società dal grembo della vecchia"?
Pensando, poi, al professato 'internazionalismo' e all'ostentazione
degli ideali di tolleranza e rispetto per le idee e le culture
altrui da parte dei movimenti socialisti, è difficile
trovare una spiegazione logica ad appellativi quali "negraccio
giudaico" (riservato a Ferdinand Lassalle); "stupido
popolo tedesco", affetto da una "disgustosa ristrettezza
mentale"; l'aggettivo "idiota", applicato
d'amblé alle persone di colore; la definizione "plebaglia
slava", riferita a russi, cechi e croati: "razze
retrograde" paragonate a dei veri e propri "rifiuti
etnici", le quali erano da disprezzare più degli
stessi inglesi che pure non ci si peritava di mandare
To the devil (un augurio, forse, viste le premesse?). Eppure,
non si tratta che di un piccolo florilegio delle espressioni
utilizzate da Marx. Quasi sotto silenzio passa, inoltre,
la convinta difesa dello schiavismo nord-americano che Marx
intraprese in polemica contro la preconizzata emancipazione
degli schiavi da parte di Proudhon. E pur avendo inveito,
nel solito Manifesto, contro i capitalisti che avevano a
disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, Marx
non esitò ad approfittare vilmente della propria
governante, Helen Demuth, dalla quale ebbe un figlio illegittimo
che si rifiutò sempre di riconoscere.
Riflettendo su tutto quanto si è detto, così
come sul fatto che Marx è stato sepolto nel cimitero
londinese di Highgate il quale è, notoriamente, il
principale centro del satanismo britannico, al punto
che -come riferiva anche il quotidiano romano "Il
Tempo" del 1 novembre 1979- la sua tomba è
meta assidua di pellegrinaggi nel corso dei quali vengono
celebrati misteriosi riti di magia nera, non è difficile
figurarsi quale spettro si aggiri adesso per l'Europa.
Paolo
Zanotto
IL COMUNISMO
E L’ORDINE DEGLI ILLUMINATI DI BAVIERA
del
sac. dott. Luigi Villa
con la collaborazione del dott. Franco Adessa
Carlo Marx: il cui vero nome era Kiessel Mordechai,
fu iniziato alla "Loggia Apollo" di Colonia i.
Il suo "Manifesto Comunista" non è altro che
la codificazione del programma e dei principii rivoluzionari
che aveva stabiliti, settant’anni prima, il fondatore degli
Illuminati di Baviera, Adam Weisshaupt.
Carlo
Marx, nel periodo della stesura del Manifesto Comunista,
appartenenva alla Lega degli Uomini Giusti, un gruppo
misterioso che non era altro che un succedaneo dell’Ordine
degli Illuminati di Baviera, costretti a ritirarsi nella
clandestinità dopo esser stati smascherati dalla
polizia bavarese, nel 1786 ii.
Nell’Enciciopedia
ebraica si legge che Mazzini e Marx furono incaricati
di preparare l’indirizzo e la costituzione della "Prima
Internazionale" (Comunista) iii.
Nel
1847, gli "Illuminati inglesi" affidarono a Marx
ed Engels il compito di rielaborare i princìpi della
sètta in forma nuova e "scientifica", mentre i finanziamenti
necessari per la pubblicazione del "Manifesto Comunista"
provennero da Clinton Roosevelt e Horace Greely, entrambi
membri della "Loggia Columbia", fondata, a New York,
dagli Illuminati di Baviera iv.
Giuseppe
Mazzini: fu iniziato alla "Carboneria" tra il 1827 e
il 1829. Nel 1864, il Grand e Oriente di Palermo gli accordò
il 33° grado. Il 3 giugno 1868 fu proclamato "Venerabile"
perpetuo, ad honorem, nella Loggia "Lincoln" di Lodi, e
lo si propose per la carica di Gran Maestro. Il 24 luglio
1868 fu nominato membro onorario della Loggia "La Stella
d’Italia" di Genova, e il 1°ottobre 1870, della Loggia "La
Ragione", dello stesso Oriente v.
Ora,
siccome i "Carbonari" appartenevano agli "Illuminati
di Baviera", lo stesso vale per Mazzini vi,
il quale apparteneva ai vertici della Massoneria, così
da divenire il Capo d’Azione politica, succeduto
al Nubius, già Capo dell’"Alta Vendita": una
Istituzione facente parte dell’Ordine degli Illuminati
di Baviera, e che aveva ilcompito di formulare la strategia
da adottare per l’annientamento della Chiesa cattolica.
A
prova di questa enorme potenza di Mazzini, si leggano queste
sue righe che troviamo in una sua lettera ad Albert Pike,
Sovrano Pontefice della Massoneria Universale: «La prima
Guerra Mondiale - scrive Mazzini - (dovrà
servire) per consentire agli Illuminati di abbattere il
potere degli zar in Russia e trasformare questo paese nella
fortezza del comunismo ateo (che dovrà essere utilizzato)
per distruggere altri Governi e indebolire le religioni»
vii.
A
questo punto, non può sfuggire l’aggancio del comunismo
- e, quindi, anche di quello italiano! - alla Massoneria,
che l’ha voluto, l’ha ideato e, con l’Ordine degli Illuminati
di Baviera, durante gli anni della Rivoluzione francese,
ha tentato di portare a termine le sue finalità sataniche
viii.
Giova
ricordare qui che non solo Massimiliano Robespierre ix
ma quasi tutti i capi della Rivoluzione francese erano massoni,
appartenenti alla sètta satanica degli Illuminati
di Baviera. Erano, infatti, membri della sètta
anche il duca di Orleans, il Necker, La Fayette, Barnave,
il duca di Rochefoucault, Mirabeau, Payne, Fauchet x,
Clootz e Talleyrand xi; praticamente lo "Stato
Maggiore" della Rivoluzione!
Nota
i
La
notizia è stata riportata sulla rivista massonica
italiana Hiram,1° 5,1990, p. 114.
Nota
ii
Gary
Allen, None Dare Call it Conspiracy, Concord Press, Seal
Beach, California 1971, pp. 25-26.
Nota
iii
Riportato
da Richard Wurmbrand nella sua opera: L’altra faccia di
Carlo Marx, Editrice Uomini Nuovi, Varese 1986, p. 101.
Nota
iv
Epiphanius,
op. cit. p. 124.
Nota
v
Cfr.
Dictionnaire Universel de la Franc-Maçonnerie, Tomo
II, 1974.
Nota
vi
Cfr.
The Manifesto, in "American opinion", febbr. 1972,
pp. 53-55.
Nota
vii
Cfr.
William Guy Carr, Pawns in the game, 1967; riportato alla
fine del Tomo II dell’opera: La cara occulta de la historia
moderna di Jean Lombard, Editorial Fuerza Nueva, Madrid
1976, 1977, 1979, 1980.
Nota
viii
E’
doveroso notare che le "tre tappe" nella via del
male della strategia massonica vennero messe in atto, anche,
nel periodo storico della Rivoluzione francese. Vi fu, infatti,
la fase filosofico-illuminista-enciciopedista, che servì
a preparare "l’Umanità senza Dio"; poi,
succedette la Rivoluzione vera e propria, che scatenò
"l’Umanità contro Dio"; infine, il tentativo
di sostituire la Religione cattolica con la religione dell’umanità,
che doveva pervenire alla "Umanità che si fa
Dio". Fu proprio l’insuccesso di questa ultima fase
che rese indispensabile la riformulazione della stessa strategia,
da attuare però, in tempi più lunghi. Ecco
la necessità, da parte degli Illuminati di Baviera
e dei loro padrini, di creare il Comunismo!
Nota
ix
Paolo
Calliari, Pio Bruno Lantieri e la controrivoluzione, Lanteriana
1976, p. 136.
Nota
x
Epiphanius,
op. cit., p. 102.
Nota
xi
Paolo
Calliari, Pio Bruno Lantieri e la controrivoluzione, Lanteriana
1976, p. 136.